Roma Quartiere Appio



Un piccolo e garbato locale dove il menù, sempre rigidamente capitolino, cambia ogni giorno. Con Sorprese.

MACCHERONICA
Guida Palatale, inservibile ma preziosa, a cura di Camillo Langone

Osteria del Velodromo vecchio

I ristoranti di Roma centro sono sempre più pericolosi per il portafoglio. Non solo per il conto consegnato dal cameriere dopo il pasto, anche per quello recapitato dall’avvocato dopo l’articolo. Rosetta, locale tutto pesce specialmente noto per essere frequentato da politici ed editori (tra cui il principe Caracciolo della Guida dell’Espresso), ha scritto al Sole 24 annunciando querela per una recensione sgradita apparsa sull’inserto domenicale a firma di Camilla Baresani.
Niente libertà di stampa? E allora niente stampa per quanto ci riguarda. Qui non ci sono soldi da buttare via in cause (se ci fossero li useremo per accendere sigari, piuttosto), per non rischiare si prende un tassì e in pochi minuti, comodi comodi , eccoci a Roma sud , lontano da vip , turisti e cuochi permalosi. L’idea era di provare Tramonti e Muffati, enoteca con mescita e cucina di cui si parla molto (anche troppo, visto che è al completo). Quindi si va all’Osteria del Velodromo Vecchio, che sulla carta sembrava un ripiego ma che a fine serata verrà inserita nell’elenco dei locali dove tornare.
Siamo nel quartiere Appio Tuscolano, vicino a via dei Cessati Spiriti (“abito in via dei Cessati Spiriti, ma i spiriti sono cessati!” assicurava Totò nella stupefacente – aggettivo non causale – parodia della “Dolce Vita” di Fellini).
Qui c’era il Velodromo Appio, oggi seppellito dai vari palazzi, da cui il nome di questa osteria di pochi tavoli, davvero piccolina. Da ogni particolare si evince un garbo che nell’altra metà di Roma non si trova neanche a pagarlo moltissimo ( anzi, più paghi e più ti disprezzano, e più corri il rischio che di là in cucina sputino nel piatto).
I tonnarelli cacio e pepe sono perfetti, la coda alla vaccinara non fa pentire di averla ordinata (non esistono ingredienti pesanti quando la mano del cuoco è leggera). Avendoci posto, si potrebbe ordinare la trippa alla romana, senza timori.
Il menù cambia ogni giorno secondo l’antica scansione: giovedì gnocchi, venerdì baccalà eccetera. La carta dei vini è “piccola ma adatta a me” con i nomi scritti come si deve, rara avis in una Roma dove la sciatteria ortografica è ostentata fino all’insolenza. Qui c’è il rispetto per i clienti, per la lingua Italiana e per se stessi, non porterebbero mai in tavola una cartaccia unta, scarabocchiata e cialtrona.
Si beve quindi una Malvasia Terre dei Grifi di Fontana Candida, piacevolmente molle, e poi un Frascati Santa Teresa della stessa azienda più sostenuto ma sempre molto beverino.

IL FOGLIO QUOTIDIANO
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